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categorialità_trascendentalità_Diritto

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dirittocanonico.net/archivio_GCI/interdisci1.htm

 

BILANCIO CANONISTICO della 1GCI

 

Al termine dei lavori della “Giornata Canonistica Interdisciplinare” si pone la necessità di raccogliere e dare organicità a quanto emerso dall’apporto delle singole relazioni presentate, ma –non meno– da alcuni degli interventi, e relative repliche, proposti dai partecipanti[1].

Ciò a cui si mira con queste poche considerazioni finali non è tanto la ‘sintesi’ dei contenuti proposti, quanto –molto più efficacemente– la ‘raccolta’ e fissazione degli elementi concettuali di maggior rilievo per il progredire della Scienza canonistica, nel pieno rispetto delle finalità che hanno motivato la giornata di studio: “spostare in avanti la frontiera” della Canonistica stessa col ‘fissare’ alcuni punti di ‘non-ritorno’ per gli studi che seguiranno[2].

E’ questa una delle maggiori peculiarità (ed elementi di efficacia) della con-disciplinarità[3]: il poter –una volta tanto– non dover “fare sintesi”, aggrovigliando di nuovo tutto, ma raccogliere dall’apporto rigoroso e competente di altre Scienze/Discipline concetti ed elementi che, ‘tradotti’ o ‘innestati’ all’interno di un nuovo ‘dominio’ disciplinare, possano acquistare valore ed efficacia anche in quest’ultimo senza necessariamente venire snaturati, come accade, invece, quando dall’interno di uno specifico ‘dominio’ ci si sporge all’infuori per ‘catturare’ nuove ‘risorse’ che complementino la propria attività, spesso in modo soltanto ‘estetico’ o verbale.

E’ in questa prospettiva che ci s’indirizza a far emergere le concettualizzazioni che soprattutto l’ambito filosofico[4] ha messo variamente a disposizione della riflessione attuata, dando così corpo alla portata essenzial-metodologica della explicatio terminorum, o forse meglio ora illustratio substantiæ, dei concetti in esame: trascendentale, categoriale, giuridico e storico[5].

Si tratta di un sostanziale ‘passo’ verso quella formalizzazione del linguaggio canonistico e nella delineazione del dominio della Scienza canonistica che ormai non è più possibile procrastinare[6].

 

Si tratta anche per i canonisti di ‘legittimare’ il loro interessarsi a ‘discorsi’ e ‘questioni’ che finiscono troppo spesso per riguardarli da vicino[7] senza che tuttavia ne abbiano acquisito sufficiente consapevolezza e dimestichezza, oppure senza che abbiano potuto previamente –nelle opportune sedi di riflessione– manifestare le specifiche ricadute istituzionali o richiedere le necessarie giustificazioni fondative di concettualizzazioni il cui utilizzo canonistico non sia più rinunciabile o sia diventato ormai improponibile.

 

1. Interventi dei Relatori

1.1 Roberto Di Ceglie

Secondo la Filosofia ‘classica’, di fatto irrinunciabile ancor oggi in una prospettiva gnoseologica ‘veritativa’[8], tutto ciò che non è ‘essere’ è una sua attualizzazione; in quest’ottica i modi in cui si può ‘dire l’essere’ (affermare, predicare = kategoreo) sono “categorie”, la prima delle quali è la “sostanza” (unica esistente in sé) mentre le altre ‘categorie’ esistono solo ‘della’ sostanza: i c.d. accidentes (o categoriali).

Queste ‘attualizzazioni’ dell’essere costituiscono l’ambito della categorialità, soggetta alla mutevolezza del divenire, nella continua dinamica tra potenza ed atto che caratterizza ogni ‘ente’ (essere concreto e sperimentabile).

In questa prospettiva il Diritto va –senza dubbio alcuno– riconosciuto nella propria ‘natura’ di ‘relazione’ e pertanto di ‘successività’ rispetto agli ‘enti’ di cui tale relazionalità è predicata: gli uomini.

Il Diritto –quindi– non esiste in sé, senza gli uomini, di cui costituisce soltanto una relazione; il Diritto è accidens di sostanze che sono gli uomini. Il Diritto, per di più, è sempre di carattere ipotetico e non esaurisce affatto l’esistenza etica (il dover essere), né tanto meno la dimensione dogmatica[9].

Il ‘punto’ è sostanzialmente indiscusso da oltre due millenni e non ammette repliche: non può –ontologicamente e metafisicamente– esistere un Diritto –di qualunque natura e/o portata– previo agli ‘enti’ da esso regolamentati: il Diritto è sempre relazione tra realtà (gli uomini) che gli pre-esistono!

L’esito canonistico di questa consapevolezza puramente ‘logica’ è decisivo ed incontrovertibile –contrariis quibuslibet non obstantibus–: il Diritto della Chiesa non può pre-esistere alla Chiesa stessa in nessuna delle possibili forme ipotizzabili: natutali, divine, mistiche, teologiche o spirituali che siano! Prima viene sempre la Chiesa (l’ente, la res, la substantia) poi qualunque sua predicazione attributiva o relazionale (accidens)! La ‘sostanza’ infatti

«gode di un’assoluta priorità nei confronti degli accidenti. E’ prima difatti nell’ordine logico, poiché il concetto di accidente implica necessariamente quello di sostanza. E’ poi prima nell’ordine gnoseologico, giacché si conosce qualcosa più quando si conosce che cosa essa sia che quando se ne conoscono gli accidenti (qualità, quantità, relazioni, e così via). Infine, la sostanza è prima nell’ordine cronologico, perché il suo essere precede quello dei suoi accidenti, ed è prima nell’ordine ontologico, perché dal suo essere dipende quello degli accidenti»[10].

 

Nessuna delle diverse prospettive giuridiche ‘trascendentali’ delineate nella presentazione tematica[11], o delineabili per il futuro, può superare questa vera e propria ‘soglia ontologica’ di accesso, pena l’infrazione dei postulati minimi di scientificità: proposizione, intesa come verità delle affermazioni poste, coerenza, intesa come rispetto della univocità e ‘formalità’ dei concetti utilizzati e controllabilità, intesa come verifica storico-fenomenologica dei ‘fatti’, attinenza delle/alle fonti[12].

 

1.2 Philip Larrey

Nella Filosofia classica (da Aristotele fino a S. Tommaso) la trascendentalità (= andare oltre) caratterizzava, di per sé, le proprietà dell’essere in quanto tale (unum, verum, bonum et pulchrum), in ‘opposizione’ alla immanenza (= rimanere dentro) piuttosto che alla categorialità che esprimeva invece –in modo strettamente tecnico– le ‘proprietà’ dell’ente[13]. In quel contesto dottrinale fortemente metafisico la trascendentalità non poteva in nessun modo venir attribuita alle nove ‘categorie’ (qualità, quantità, relazione, luogo, tempo, avere, stare, agire, patire) diverse dalla ‘sostanza’, mentre dal canto suo alla sostanza stessa –per il fatto che “è”– si poteva attribuire una qualche ‘trascendentalità’ rispetto alle qualità e relazioni di essa predicabili; immanenza e categorialità tendevano di fatto a coincidere nei singoli ‘enti’.

Nella Filosofia moderna (dopo Cartesio) la prospettiva subì una forte mutazione poiché, escludendo la Metafisica, il ‘trascendentale’ iniziò ad indicare con sempre maggior fermezza concettuale le condizioni previe di possibilità sopratutto dell’esperienza e della conoscenza; con Kant si assiste di fatto ad un ‘rinnovamento’ del vocabolario filosofico ‘classico’ ed i termini ‘trascendentale’ e ‘categoriale’ vengono a significare pressoché unanimemente ‘a priori’ ed ‘a posteriori’.

In entrambe le prospettive filosofiche l’applicazione del concetto di ‘trascendentale’ all’ambito giuridico rimane tuttavia esclusa: a) nell’impostazione classica poiché una ‘relazione’ (anche se giuridica) è senza dubbio solo categoriale, b) nell’impostazione moderna, poiché il concetto di ‘trascendentale’ quale “condizione previa di possibilità” non può essere attribuito al Diritto a prescindere dall’uomo, unico vero ‘soggetto’ del reale.

Il Diritto, dunque, non appartiene all’uomo come suo trascendentale! Infatti:

«non sarebbe filosoficamente valido concludere che la dimensione dell’essere umano presa sotto considerazione del Diritto sia una dimensione ‘trascendentale’ dell’uomo, almeno se si volesse rimanere nel quadro tradizionale della Metafisica dell’essere»[14].

Sotto il profilo canonistico si tratta di una ‘conferma’ di quanto già esplicitato partendo dal concetto di ‘categorialità’: il Diritto, sotto il profilo metafisico, non è (né lo potrebbe essere) una condizione previa dell’uomo/umano, né si può ragionevolmente ipotizzarlo in riferimento alla Chiesa/ecclesiale.

 

1.3 Antonio Livi

L’approccio metafisico al Diritto apre due filoni di riflessione strettamente interconnessi e di grande efficacia prospettica, a partire dalla consistenza stessa degli ambiti considerati: 1) la distinzione –già aristotelica– tra ‘saperi’ poietici e teoretici, costruttivi i primi, fondativi i secondi, 2) la portata ‘fondativa’ (metafisica) della persona umana.

Anche in questa prospettiva Diritto e Filosofia hanno consistenze e vocazioni assolutamente diverse: è compito della Filosofia individuare e portare ad emersione gli elementi costitutivi della realtà in modo tale che l’uomo, guidato da questi, possa ‘strutturare’ il proprio vivere nella realtà che gli è data. In questa prospettiva il Diritto (soprattutto positivo) è immediatamente ricondotto all’ambito che gli è proprio: quello costruttivistico, senza possibilità alcuna di fondare alcunché, poiché i ‘fondamenti’ appartengono legittimamente alla teoresi, alla Filosofia, alla Metafisica[15].

In questa prospettiva –metafisica– emerge con forza irresistibile la convinta e reiterata affermazione che “gli enti privilegiati, quelli più importanti, sono le persone”: il resto è qualità o relazione; “la Metafisica è l’attenzione alle persone”; “non esiste altra Metafisica che il Personalismo”[16].

La persona umana si distacca così decisamente da qualunque altro ‘orizzonte’ di significato e di valore, acquisendo una portata assiologica di piena ‘autonomia’ rispetto a qualunque altro ‘ente’ che componga la realtà.

La portata canonistica di un’acquisizione metafisica di questo tipo è del tutto primaria ed originante, soprattutto dopo il Concilio Vaticano II che ha indubbiamente inaugurato prospettive fino ad allora impensabili a riguardo dell’humanum[17].

Ne deriva –metafisicamente parlando– che il “rapporto giuridico è –soltanto e semplicemente– una ‘sotto-specie’ del rapporto inter-personale”[18], all’interno del quadro ben più ampio costituito dal rapporto etico, il quale diventa giuridico in presenza di determinate condizioni[19] e fattori di tutela ‘legittimata’ delle singole persone[20].

L’attribuzione di valore ‘metafisico’ –cioè ‘originante’– alla persona umana in quanto tale (l’ente concreto), permette il superamento di quelle forme di Antropologia filosofica troppo legate a prospettive sostanzialmente idealiste che tendono ad isolare la persona stessa dalla sua ‘condizione’ di esistenza intra-storica, proiettandola in/da ‘dimensioni’ della realtà del tutto estranee alla persona stessa nella sua ‘qualità’ di ente.

Una sufficiente fondazione metafisica del valore della persona qua talis permette, inoltre, di sottrarsi alla stretta necessità di procedere a partire dall’ambito teologico per una significativa ‘fondazione’ della persona stessa[21]. Ciò implica senza dubbio di poter esigere per il Diritto come tale quella serie di necessarie attribuzioni[22] che, altrimenti, non parrebbero a qualcuno sufficientemente fondate per caratterizzarne l’essenza, rendendo necessario ‘predicare’ del Diritto canonico presupposti di origine teologica (ex divina Revelatione).

Nella stessa direzione si pone l’irrinunciabile normatività ontologica dell’essere della persona, senza dover scomodare sotto il profilo logico una ingiustificata pre-esistenza di presunti ‘Diritti’ divino-positivo e divino-naturale a fondamento di puntuali norme giuridiche ontologicamente solo ‘categoriali’, per quanto esistenzialmente del tutto irrinunciabili se si vuole che la persona rimanga il fulcro del vivere umano.

 

Di grande importanza anche la richiamata definizione tomistica della giustizia come “condizioni esterne ideali, ottimali, perché ciascuno realizzi il proprio fine naturale e soprannaturale” (che è Dio stesso)[23], spostando così in modo radicale i fondamenti della questione dall’individualistico (e pagano) “suum unicuique tribuere[24] al –ben più cristiano– “bonum commune[25] e rimandando con fermezza al valore ‘finale’ –su questa terra– dell’essere stesso dell’uomo.

 

1.4 Fabio Macioce

L’intervento più specifico in termini di “Filosofia del Diritto” ha accostato il tema ad un livello piuttosto differente da quello dei filosofi puri, ritenendo di poter ‘tradurre’ la domanda sullo statuto categoriale o trascendentale del Diritto (o del giuridico) nella “questione sull’autenticità esistenziale dell’esperienza giuridica”, mutando –però– in tal modo la res de qua. In effetti la prospettiva adottata, passando dal livello ‘ontologico’ a quello ‘esistenziale’, guadagna o perde (a seconda dei punti di vista) un ‘livello’, ponendo come ‘substantia’ oggetto di predicazione attributiva non più l’ente ‘uomo’ ma il ‘vivere umano’… il ché costituisce –evidentemente– un cambio dei termini della questione. Il significato di ‘trascendentale’, d’altra parte, si è configurato sempre maggiormente nella Modernità proprio come ‘condizione di possibilità’, trovando una collocazione logico-semantica del tutto differente da quella scolastica tradizionale. E’ chiaro allora come in questa prospettiva si possa affermare che la giuridicità è “una dimensione intrinseca dell’esistenza umana”[26] facendo così apparire il Diritto come ‘trascendentale’ rispetto al vivere umano, non tuttavia rispetto all’uomo come tale, il quale continua a ‘precedere’ ogni propria concreta modalità esistenziale![27]

L’apporto sostanziale di questo approccio, più antropologico che metafisico, rimane di prim’ordine: il Diritto, per quanto ‘accidentale’ (categoriale) dell’essere-uomo sotto il profilo metafisico, costituisce non di meno una dimensione autenticamente antropologica, non è, cioè, né estraneo né eteronomo rispetto al concreto vivere umano.

In questa prospettiva, il Diritto non solo è ‘originario’ per l’umano, ma è pure non-surrogabile da parte di altre forme di normatività (morale, dogmatica, liturgica, politica, ecc.), né deriva in alcun modo da esse.

La sua peculiare ‘natura’ di regola oggettiva (=non volontaria rispetto al singolo) necessaria e pacificante (=volta alla coesistenza) originaria (=strutturale ed irrinunciabile), lo rende infatti ‘ulteriore’ rispetto alla semplice relazione morale che si attua tra due soggetti: tertius facit Ius[28].

Anche questo ‘esito’ risulta sommamente importante sotto il profilo canonistico per confermare quanto già emerso proprio circa la stretta ‘dipendenza’ del Diritto rispetto all’uomo, in una lucida e corretta concezione che vede la normatività del giuridico derivargli non dalla sua precedenza (trascendentalità) rispetto all’umano, quanto –molto più radicalmente– dal suo irrinunciabile legame con ciò che l’uomo è, in sé e prima di ogni sua ulteriore specifica… fosse anche quella di Christifidelis.

 

L’autenticità antropologica del vivere giuridico assume poi un’importanza decisiva anche nell’adozione della prospettiva istituzionale quale base necessaria e sufficiente a ‘giustificare’ lo stesso giuridico ecclesiale, senza la necessità –forzosa e forzante– di riferirsi a precisi e puntuali ‘comandi’ di Dio a fondamento del Diritto canonico o della stessa organizzazione ecclesiale, dimostrando così infondate e fuorvianti le accuse di (ateo) Giusnaturalismo mosse dagli autori bavaresi nei confronti di chi pone alla base della giuridicità ecclesiale un sano e doveroso fondamento antropologico[29].

 

1.5 Paolo Grossi

L’intervento demitizzante dello storico del Diritto secondo cui

«il Diritto classico della Chiesa romana, […] era solo assai parzialmente prodotto da norme e Decretali pontificie, trovando invece la propria carica propulsiva nella grande riflessione scientifica di decretisti e decretalisti tutta tesa alla costruzione di un edificio dalle robuste basamenta teoretiche»[30],

ha messo in risalto ancora una volta lo snodo del fraintendimento che ancor oggi buona parte della Canonistica ecclesiastica ‘paga’ ad un passato tutt’altro che favorevole alla vita ecclesiale e per nulla coerente con la sua originalità: l’identificazione tra Diritto e ‘potere’ che l’Illuminismo razionalista ha saputo coltivare al fine di trasferire dal vissuto sociale al sistema economico-politico il grembo del Diritto stesso. La riduzione –settecentesca– del Diritto alla legge e la sua immediata riconduzione all’autorità (legislativa) costituirebbe così il portato più radicale di ogni ‘codificazione’ moderna, lasciando cadere la necessaria ed originaria ‘pluralità’ normativa che caratterizza ogni vissuto sociale (pluralità delle ‘fonti’)[31].

Solo una profonda ‘conversione’ da questo paradigma giuridico formalista, autoritario ed eterofondato[32] potrà permettere anche ai canonisti di ricuperare l’elementare acquisizione che il Diritto «è da reperirsi nella struttura stessa della società, appartiene alla sua più elementare fisiologia»[33], riscoprendolo nella sua natura esperienziale «non sovraordinato alla vita ma dimensione della vita e pertanto protagonista ineliminabile della nostra esistenza quotidiana»[34], anche ecclesiale.

E’ questa la portata essenzialmente ‘categoriale’ –ma al contempo ineliminabile– della giuridicità: il Diritto

«non si proietta dall’esterno, magari dall’alto, sulla storia usandole violenza o, comunque, imprigionandola, ma è esso stesso storia, storia vivente, sua dimensione imprescindibile»[35].

La storia, infatti, come divenire nel tempo di una società, e della civiltà da essa creata, trova appunto nel Diritto il proprio ‘salvataggio’, organizzandosi ed ordinandosi, per garantire la sopravvivenza della comunità stessa[36].

 

 

Dagli interventi dei diversi Relatori risulta così pienamente confermata e corroborata non solo la tesi ispiratrice della riflessione su categorialità e trascendentalità del Diritto, ma anche il suo presupposto circa la non necessità di attribuire ‘giuridicità’ all’imperativo etico (c.d. Diritto naturale) ed a quello dogmatico (c.d. Diritto divino positivo) al fine di urgerne l’osservanza… anche attraverso la normatività giuridico-categoriale.

 

2. Altri interventi

Non meno proficui sotto il profilo teoretico-canonistico sono risultati alcuni interventi da parte di partecipanti ed ‘ospiti’ ai lavori della Giornata di studio, così come alcune delle risposte offerte loro dai Relatori.

 

2.1 Obiezioni

La più significativa in prospettiva di bilancio canonistico è senza dubbio quella del prof. E. Baura che, davanti alla presentazione del pensiero canonistico ‘categoriale’ di T. Jiménez Urresti, ha sollevato due obiezioni[37] tanto puntuali e radicali, quanto emblematiche del ‘comune sentire’[38] –ancor oggi– della maggioranza dei canonisti… e dei loro inconfessati presupposti (filo-)trascendentali: prima di tutto l’obiezione circa il rischio di ‘Storicismo’ e connesso ‘Positivismo giuridico’ che consegnerebbero ai peggiori esiti della Modernità tanto la riflessione giuridica che canonistica[39]; poi, la domanda –di fatto retorica– se in fondo la ‘legge’ non esista già all’interno della ‘realtà’… e della Chiesa stessa.

 

Le due istanze problematiche proposte fanno emergere con chiarezza due ‘versanti’ di quella che, in realtà, è una stessa concezione non tanto della tematica canonistica in se stessa e degli elementi connessi, quanto piuttosto della visione più globale che fa da fondamento anche agli approfondimenti più specifici e tecnici nelle varie Scienze/Discipline ecclesiastiche.

Si tratta dell’onda lunga dell’impostazione ‘tradizionalista’ (ancora neoscolastica) che non ha mai saputo/potuto accettare la significatività dell’elemento esperienziale, storico-categoriale, a causa dell’erronea –timorosa– identificazione dell’esperienza col Relativismo, della storicità con l’Idealismo storicista (identificando però da parte propria la ragione con la logica formale). Il segno maggiormente evidente di questa ‘fatica’ concettuale può esser letto nel sostanziale rifiuto dell’elemento esperienziale (oppure anche ‘storico’) attuato dalla Teologia –e da essa trasmesso/imposto alla Filosofia ed alle altre Discipline ‘sacre’– fino agli anni Sessanta del secolo scorso; a questo proposito più di un autore (Mouroux[40], Kasper[41], Moioli[42]) ha ripetutamente rilevato e ‘denunciato’ il forte clima di sospetto maturato a partire dagli inizi del Novecento, tanto in ambito teologico protestante che cattolico, nei confronti dell’esperienza, evidenziando la forte fatica della Teologia ad interessarsi di questa componente dell’humanum, nel timore che, esaltando il ‘soggettivo’ della fede (Teologia liberale protestante e Modernismo cattolico), si recasse nocumento alla sua oggettività. Tale fatica permane ancor oggi in gran parte della Teologia occidentale che continua a preferire la stabilità dei concetti rispetto alla labilità delle diverse esperienze umane[43], rischiando però di assumere acriticamente pre-supposti puramente teoretici che nulla hanno da spartire col datum della Rivelazione. La questione, di per sé, sarebbe già stata efficacemente risolta dal Vaticano II con la sua ‘apertura’ (Dei Verbum e Gaudium et spes) alle istanze ermeneutiche, esistenziali, personaliste ed esperienziali, accolte nella loro profonda ed inevitabile ‘verità’, seppur fortemente ridimensionate nella loro pretesa radicalità soggettivistica ed antiveritativa; anche il Magistero pontificio degli ultimi decenni è andato significativamente nella stessa direzione (Fides et ratio).

Di fatto però la questione circa il ‘Positivismo giuridico’ non si gioca né si risolve sul campo della ‘pre-esistenza’ del Diritto alla storia, quanto piuttosto nel riconoscimento –più volte richiamato nelle diverse relazioni della Giornata– che la radice profonda della normatività è ‘ontologico-metafisica’ e non volontarista: allo stesso modo la normatività giuridica deriva la propria non arbitrarietà volontarista (Ius quia iussum) dalla ‘regola stessa delle cose’.

La questione poi circa la “esigenza giuridica nell’essenza stessa della Chiesa” svela con efficacia una posizione preconcetta –probabilmente inconsapevole, almeno in parte– di fatto non distante da quella già ‘contestata’ a K. Mörsdorf[44] circa la precedenza del Diritto rispetto alla Chiesa; posizione di fatto inevitabile proprio a partire dal presupposto ‘autoritario’ appena illustrato, e tipico di un certo pensiero cattolico tanto ‘pre’ che ‘post’ conciliare.

 

A questo proposito è possibile –e forse anche necessario– spingere avanti la ricerca dei presupposti più profondi che continuano ad opporsi ad una concezione categoriale della giuridicità osservando come nei loro rispettivi ambiti, ed estremi, sia l’interpretazione trascendentale del Diritto sia il Positivismo giuridico cadano in realtà nel medesimo errore di natura metodologica situato già alla loro ‘origine’: nell’una e nell’altra posizione infatti il Diritto è visto come una realtà statica, compiuta in sé, già definita e realizzata.

In particolare l’interpretazione trascendentale del Diritto confonde il piano assiologico con quello ontologico: il Diritto infatti non esprime direttamente il fondamento ultimo della realtà ma soltanto una specifica modalità relazionale, che è personale perché parte dell’esperienza, pratica ed immediata, della persona che agisce per percepire e vivere la struttura profonda della realtà. L’Ontologia tuttavia, ossia la struttura profonda della realtà, non si percepisce o sperimenta direttamente, in sé, ma solo come ‘valore’, ossia come ciò che rende degna l’esistenza, dando luogo ad un’Etica, ad un’Assiologia (o Morale). Non a caso per la Scolastica l’Etica è la prima conseguenza antropologica della Metafisica.

Il Positivismo giuridico, dal lato suo, confonde l’oggetto dell’indagine col suo scopo. Secondo il Positivismo giuridico, poi, il Diritto è una realtà non solo statica, ma anche chiusa ed autosufficiente, irriducibile a qualsiasi istanza che non sia storico-filologico-esegetica. Tuttavia il Diritto non è lo scopo dell’indagine interpretativa, ma solo l’oggetto, sicché la spiegazione scientifica diviene ermeneutica perché non esaurisce mai il problema del senso.

Sia l’interpretazione trascendentale del Diritto che il Positivismo giuridico impediscono così quel confronto disciplinare che acuisce la necessità di una riflessione teorica su nodi vitali come la comparazione, il rapporto tra dato storico e dato strutturale ed, infine, l’attenzione sui codici di linguaggio.

Qualificare il Diritto come ‘categoriale’ significa pertanto sottolineare la necessità di accostarlo prima di tutto come una realtà dinamica, ossia dotata della capacità operativa di esprimere, nella diversità della prassi delle relazioni umane, la propria identità. Esso cerca come interlocutore l’uomo concreto, la persona appunto, e non una idea astratta di uomo. Si genera ed alimenta in tal modo un sistema giuridico aperto, non chiuso, e quindi mutevole e variabile perché in esso si rinnova l’impatto creativo tra Diritto e concreta realtà esistenziale. Questo rispetto dell’esistenziale concreto non significa in sé cedere ad una sorta di Relativismo etico/giuridico, ma solo essere in grado di rispettare e rilanciare il Diritto in modi e situazioni nuove, cosicché lo stesso Diritto, nella sua categorialità, possa essere riconoscibile come una delle manifestazioni strutturali e strutturanti la cultura, divenendo un modo specifico dell’esistere e dell’uomo.

 

2.2 Integrazioni

Del tutto inattesi ma altrettanto efficaci e teoreticamente rilevanti per la riflessione canonistica sono risultati due ‘apporti’ del prof. A. Livi in termini di ‘logica’ giuridica.

 

Il primo riguarda il carattere ‘costruttivo’ (poietico) del Diritto che, nel passaggio tra factum, facti-species e faciendum, opera secondo la logica della ‘modellizzazione’, della fiction, dimostrandosi in questo una semplice e normale costruzione intellettuale umana, al pari di tante altre, tra cui la Morale.

In quest’ottica, partendo da un ‘fatto’ concretamente accaduto –o da una serie di comportamenti reiterati– si ipotizza un ‘modello’ comportamentale (fattispecie) in base a cui s’indicano già ‘preventivamente’ le ‘conseguenze’ che, a loro volta, saranno date (esisteranno) solo quando l’ipotesi comportamentale prevista (fattispecie) sarà messa in atto da qualcuno che –solo a quel punto– vedrà realizzarsi le conseguenze del proprio agire puntuale e specifico[45].

 

Il secondo elemento di grandissimo valore metodologico, anche se tutt’ora sistematicamente ignorato –o quantomeno non correttamente valutato nella sua portata costitutiva– da un notevole numero di canonisti, riguarda l’inadeguatezza totale dell’utilizzo della Logica formale-modale (sillogismo aristotelico) all’interno dell’ambito deontico; per il fatto, cioè, che factum, facti-species e faciendum non sono mai sullo stesso piano –in rapporto all’essere–, l’adozione di quello strumento logico risulta non solo del tutto inadeguata ma, molto più radicalmente, “assurda”![46]

Una consapevolezza metodologica di questo tipo si pone in immediata contraddizione coi principi illuministici e razionalistici che avevano voluto trasformare il Diritto in semplice logica computazionale (Leibniz), facendo del Giudice –soprattutto codiciale– una sorta di ‘calcolatrice’ che, introducendo i diversi elementi probatori insieme alle norme di legge, avrebbe dovuto ‘calcolare’ la sentenza proprio attraverso il c.d. sillogismo giudiziale[47].

E’ noto il grande influsso che tale tipo di concezione deterministica –volontarista e positivista– ha esercitato e continua ad esercitare in diversi ambiti giuridici (incluso il canonico), nonostante la Filosofia del Diritto e la Teoria generale del Diritto, attraverso elementi puntuali ed incontrovertibili, abbiano ormai da circa sessant’anni decretato la crisi ed il superamento definitivo di tale concezione o ‘modello sillogistico’[48].

 

3. La ‘tappa’ raggiunta

La piena, ragionevole, logica e necessaria ‘categorialità’ del Diritto in quanto tale, dal punto di vista concettuale più profondo –quello metafisico–, deve conclusivamente esser ritenuta acquisita: il Diritto in nessuna delle sue ‘declinazioni’ è ontologicamente precedente la realtà umana (l’esserci della persona umana) ma sgorga autenticamente da essa, senza bisogno di ‘elementi’ esterni di qualunque natura/valore.

Qualunque uso del termine/concetto di Diritto (o giuridico) che contravvenga questa consapevolezza si pone fuori del dominio della giuridicità, autoprivandosi di qualsiasi credibilità e giustificazione, attivando percorsi puramente fonetici e non effettivamente scientifici.



[1] A noi disponibili grazie alla registrazione effettuata in sala, così come anche per le relative risposte da parte dei relatori.

[2] Cfr. P. Gherri, Categorialità e trascendentalità del Diritto: le ragioni di un approfondimento, in Apollinaris, LXXIX (2006), 56.

[3] Cfr. P. Gherri, Premessa metodologica alla Giornata Canonistica Interdisciplinare, in Apollinaris, LXXIX (2006), 22.

[4] «La Filosofia non vuole “costruire”, vuole “fondare”, e precisamente che cosa? Quello che altri costruiscono». A. Livi, Metafisica del Diritto e costruzione dei rapporti giuridici, in Apollinaris, LXXIX (2006), 125.

[5] Altri elementi, per quanto interessanti, emersi durante gli interventi in sala non saranno qui valorizzati in quanto non espressamente attinenti il livello ‘concettuale’ in oggetto.

[6] Cfr. P. Gherri, Premessa, 35-38.

[7] Trovando spesso in loro una recezione solo passiva e formale.

[8] Cfr. Ioannes Paulus PP. II, Littera enciclyca: Fides et ratio, in AAS, XCI (1999), 5-88.

[9] Tanto filosofica che politica che religiosa o teologica.

[10] R. Di Ceglie, Il Diritto come “relazione”: per un’analisi metafisica, in Apollinaris, LXXIX (2006), 80.

[11] Cfr. P. Gherri, Categorialità, 60-70.

[12] Cfr. P. Gherri, Premessa, 42-47.

[13] Il dato è significativo perché dalla Modernità, invece, trascendentalità e categorialità formeranno la coppia concettuale ‘antitetica’ di base in Filosofia, mentre in Teologia si conserverà la coppia originaria: trascendente-immanente.

[14] Ph. Larrey, Trascendentalità e metodo nella Filosofia occidentale. Brevi cenni, in Apollinaris, LXXIX (2006), 103.

[15] «Un Diritto che esprimesse invece un’ideologia costruita, per dir così, a tavolino, costituirebbe il tradimento della sua ragion d’essere. Questa è la differenza tra il costruttivismo che si lascia guidare dalla Metafisica, laddove Metafisica –come ho prima rilevato- significa attenzione alle persone (ciò che di più importante vi sia, cui tutto deve servire), per cui non esiste altra Metafisica che il personalismo; e un costruttivismo che invece opera avendo perso per strada il proprio significato, al modo di una tecnica che non conosce più, che non vuole più sapere nulla circa i fondamenti personalistici del proprio operare». A. Livi, Metafisica, 130-131.

[16] Cfr. Ibidem.

[17] Cfr. la Costituzione pastorale Gaudium et spes, N. 12. 14-16.

[18] Cfr. A. Livi, Metafisica, 132.

[19] Specificamente è la volontà, e quindi la responsabilità, degli effetti giuridici che esprime una vera e propria autodeterminazione personale. Cfr. P. Buselli Mondin, Il sistema dei ricorsi e dei decreti nel processo matrimoniale canonico, Roma, 2005, 27-39; 48-56, in cui, sulla scorta del personalismo wojtyliano e dell’umanesimo giuridico (O. Robleda), si mette in rilievo che mediante un’impostazione esperienziale del Diritto è possibile riconoscere all’autonomia personale dell’uomo l’intenzionalità degli effetti giuridici degli atti realizzati. Prima del Diritto, infatti, esiste la persona, con la libertà di cui è dotata di dare un significato e quindi una direzione agli atti giuridici che realizza.

[20] Quello che di fatto viene ormai comunemente indicato come ‘istituzionalizzazione’. Cfr. P. Gherri, Lezioni di Teologia del Diritto canonico, Roma, 2004, 193-197. Si veda in merito, seppure con una portata ben più ampia, P.L. Zampetti, Il finalismo nel Diritto. Verso una concezione personalistica dell’Ordinamento giuridico, Milano, 1969.

[21] Come, invece, continua a proporre G. Ghirlanda: «Perché il Diritto positivo sia un vero Diritto si deve basare sulla volontà di Dio sull’uomo e la comunità umana, iscritta nella stessa coscienza dell’uomo e manifestata nella Rivelazione.

La Rivelazione dà la ragione per cui l’uomo è un “ente-in-relazione”; dice perché la relazione sia la sua ratio essendi. […]

La funzione del Diritto positivo è una funzione “divina”, nella misura in cui è un mezzo per l’instaurazione della giustizia di Dio tra gli uomini». G. Ghirlanda, Ius gratiæ - Ius communionis. Corso di Teologia del Diritto ecclesiale, nuova edizione, ad uso degli studenti, Roma 1977 (ristampato nel 2000), 36-37.

[22] Doverosità, obbligatorietà, certezza, giustizia, ecc.

[23] Cfr. A. Livi, Metafisica, 131.

[24] Su cui J.P. Viladrich, J. Hervada e la maggioranza assoluta dei canonisti fondano la concezione del Diritto come giustizia.

[25] «Sed iustitia ordinans hominem ad bonum commune, est generalis per imperium, quia omnes actus virtutum ordinat ad finem suum, scilicet ad bonum commune». (Summa Theologiæ, I-II, q. 60 a. 3 ad 2).

[26] Cfr. F. Macioce, Il problema della laicità del Diritto tra categorialità e trascendentalità, in Apollinaris, LXXIX (2006), 144.

[27] L’uomo stesso in questa prospettiva è, allora, ‘trascendentale’ (=condizione di possibilità) del Diritto in quanto gli pre-esiste. Diventa però necessario a questo punto riconoscere la ‘gerarchia ontologica’ tra i diversi elementi in gioco: l’uomo, il Diritto, la vita umano-sociale… cui seguiranno: la cultura, la politica, l’economia, ecc. Nella significazione ‘moderna’ di trascendentalità ogni livello ‘previo’ è trascendentale (condizione di possibilità) rispetto a quello ‘successivo’, ma questo allontana dalla prospettiva originaria del discorso.

[28] «La regola giuridica insomma è una regola che si rivela in tal modo funzionale al mantenimento di una coesistenzialità universale, fondata sulla parità ontologica dei soggetti, e soggetta al giudizio di un terzo imparziale». F. Macioce, Il problema, 151.

[29] Si vedano a tal proposito le illuminanti considerazioni di S. Cotta, La coesistenza come fondamento ontologico del Diritto, in S. Cotta, Giustificazione e obbligatorietà delle norme, Milano, 1981, 139-152.

[30] P. Grossi, Storicità del Diritto, in Apollinaris, LXXIX (2006), 106.

[31] La differenza tra Diritto comune (universale) e Diritto particolare (proprio) continua a costituire uno dei cardini della ‘struttura’ giuridica canonica.

[32] Che ha bisogno per reggersi della stessa ‘autorità’ di Dio per conferire ‘significato’ ad un comando.

[33] P. Grossi, Storicità, 109.

[34] Ibidem.

[35] Ibidem.

[36] Cfr. ibidem.

[37] «Con questa sottolineatura della storicità, della categorialità, non c’è il rischio di cadere in una sorta di Storicismo e quindi anche di Positivismo giuridico, cioè: non c’è nessuna esigenza giuridica nell’essenza stessa della Chiesa?

In questo senso anche mi è sembrato di capire, quando si parlava del Diritto divino che la Rivelazione è sempre diversa e non può essere perfetta... questo d’accordo, ma il Diritto divino non è come il Diritto umano, cioè la legge divina non è come la legge umana, non è qualcosa di estrinseco, è proprio fondante la realtà, cioè la legge è all’interno della realtà stessa, di qui poi il problema dell’essere e dover essere, e quindi qualcosa anche nell’essere della Chiesa fondata da Cristo positivamente ...c’è un essere che esige un certo dover essere del suo stesso essere e perciò non c’è forse una eccessiva sottolineatura nella teoria di Jiménez Urresti?» [Tratto dalla registrazione audio in sala]

[38] Ben diverso dal “senso comune” cui si riferiva il Prof. Livi nel suo intervento.

[39] Non insensibile a questo genere di prospettiva si è dimostrato lo stesso A. Livi in due dei suoi passaggi di ‘risposta’ a Baura. 1) Nel primo di essi, pur dichiarandosi “in perfetto accordo con quanto diceva Gherri” nell’esporre il pensiero in fatto di ‘Logica deontica’ di T. Jiménez Urresti, evidenziava però la problematicità anche per lui del termine “storia”: «mi trovavo in perfetto disaccordo sulle parole: il concetto no, il concetto è meraviglioso, è una conquista della coscienza dell’Epistemologia giuridica attuale, canonistica in particolare, ma le parole per me sono tutte assurde a cominciare da ‘storia’». [Tratto dalla registrazione audio in sala]. 2) Nel secondo viene esplicitata proprio la ‘pericolosità’ di un’adozione troppo disinvolta di tale termine/concetto all’interno della Teologia e delle Discipline connesse: «Tutti coloro che non sono filosofi ed hanno parlato oggi hanno parlato di Filosofia e necessariamente quando si fa Epistemologia di una qualsiasi Scienza di fa Filosofia, chiamandola ‘Logica’, ‘Logica deontrica’ che poi fa parte della Filosofia.

Ma bisogna vedere quale strumentazione lessicale della Filosofia si adotta, e lì sono dolori. Ora gran parte della Filosofia moderna introduce nella Teologia la categoria di ‘storia’ e, tramite la Teologia, anche nel Magistero. Ma la ‘storia’ non è una categoria biblica: in quanto parola, in quanto termine, non c’è; mentre  c’è, invece, qualche cosa di quello che con ‘storia’ s’intende adesso, qualche cosa, ma non altre cose. Il distinguere quello che c’è e quello che non c’è dovrebbe essere il lavoro del filosofo. Se uno prende l’AT quanto di storico c’è, senza dire ‘storia’; nel NT ancor di più, l’Apocalisse non ne parliamo, Sant’Agostino non ne parliamo; ma anche la storia del dogma: Vincenzo di Lerin non ne parliamo: ma dicevano altre cose. Dicevano quello che il senso comune conosce: che gli enti sono in divenire, che c’è il divenire, che c’è il passato, che c’è il presente, che c’è il futuro, la provvidenza, la vita eterna. Tutte queste cose sono quello che noi chiamiamo adesso ‘storia’? Senza bisogno di questa parola?

In parte sì, in parte no. Quello che non è assolutamente biblico, e penso che non sia nemmeno teologico, è ipostatizzare la storia perché questo è l’Idealismo; il quale è entrato nella Teologia, e ci sta; io penso che ci stia male e ci vuole l’occhio critico, per usare le parole con le pinze, perché vi sono parole tremende, perché lottando contro l’astratto si fa l’astratto più astratto che si possa pensare che è ipostatizzare qualcosa che è semplicemente il divenire delle cose.

Ecco perché la Filosofia -quella buona- dice: un momentino, se stiamo parlando degli accidenti delle sostanze, non ci dimentichiamo che stiamo parlando delle sostanze. Gli uomini cambiano, le cose cambiano, tutto cambia, meno Dio, nel quale dice S. Giacomo non c’è ombra di mutamento. Allora, poi, se uno questo lo perde di vista, può dire benissimo come un teologo [omissis] che c’è la storia in Dio, Dio nella storia, e allora non si capisce più nulla, certo lui, però, si capisce quanto prende da Hegel, lo sappiamo.

In Filosofia non c’è nessun problema: uno può fare quello che vuole, può essere l’idealista più sfegatato... non c’è nessun problema. Ma in Teologia, no. In Teologia se vogliamo essere fedeli alla Bibbia e al dogma dobbiamo stare attenti: se una parola non è mai stata usata prima dell’epoca moderna, qualche motivo ci sarà; significa che non è così indispensabile per dire la verità. Allora, se poi vogliamo usare parole nuove, nulla di male, purché il loro significato e il loro ambito sia rigorosamente e scientificamente delimitato». [Tratto dalla registrazione audio in sala]

[40] Cfr. V Mouroux, L’expérience chrétienne, Paris, 1952.

[41] Cfr. W. Kasper, Fede e storia, Brescia, 1975.

[42] Cfr. G. Moioli, L’esperienza spirituale, Milano, 1992, 41-57.

[43] Cfr. M. Gazzotti, Il pensiero scientifico e la conoscenza globale del reale: l’importanza della mediazione metafisica per la pastorale, in: Rivista di Teologia dell’Evangelizzazione, V (2001), 440.

[44] Cfr. P. Gherri, Categorialità, 61.

[45] «…Rimanendo ora nell’ambito della costruzione delle norme, lì sì che si tratta di una Scienza poietica, il termine “poetico” è quello che si applicava alla letteratura, alla fiction, e tra fiction e norma c’è un’affinità logica grandissima. Io quando faccio, come filosofo, la riflessione sulle norme etiche –ma anche quelle giuridiche–, distinguo tra Etica e Diritto, l’Etica è risolta dalla coscienza, il Diritto invece è risolto dall’organizzazione dell’ordinamento statuale o ecclesiastico; quando rifletto su questo dico che dire che una norma è astratta è assurdo, la norma è un’invenzione, è una fiction, proprio perché la logica deontica non è logica che dimostra o indica un fatto e nemmeno un fatto generico, astratto, è tutt’altra cosa: è la costruzione di un ‘modello’ come si dice in alcuni ambiti della Fisica attuale, ma diciamo molto meglio col termine classico: una ‘facti species’, ossia: a partire dai fatti, dagli eventi, dalle cose che succedono, che sono oggetto di esperienza, il legislatore (colui che emana una norma) immagina una possibilità, in questo senso appartiene all’astratto, ma all’astratto non nel senso volgare, nel senso della potenza riguardo all’atto, dagli atti si deduce la potenza: potrebbe succedere questo, si potrebbe fare questo, se si facesse questo chi lo facesse farebbe bene o farebbe male, ma questa è una facti-species, è per immaginare, perché la species è una fiction, è un’immagine, un’immagine costruita, è come un ritratto su una tela, è come un progetto di futuro, la stessa cosa. Progettare una macchina è una facti-species, la macchina ancora non c’è, e il prototipo potrebbe ancora venire, la produzione in serie è nel futuro, ma intanto l’attività poietica della mente umana immagina quello che potrebbe esserci; così nel campo della norma: si immagina quello che potrebbe essere fatto. […]In ogni caso la facti-species, come tutta la Morale e tutto il Diritto sono attività poietiche, non certamente arbitrarie, non certamente infondate, per questo la Filosofia aiuta la fondazione, lasciando il mestiere di costruire agli operatori del Diritto o ai legislatori o ai moralisti, ma attribuendosi l’umilissimo compito di dire: guardate i fatti da cui si parte sono questi». [Tratto dalla registrazione audio in sala]

[46] «Ma essendo facti-species, il rapporto tra facti-species e factum è un rapporto molto complesso perché il factum viene prima della facti-species altrimenti non ci sarebbe il ritratto l’immagine del fatto. Ma il faciendum viene ancora dopo e allora lì, siccome si salta dall’atto alla potenza, dalla potenza all’atto il sillogismo è una cosa assurda –non so chi l’ha inventata questa storia del sillogismo– è assurdo perché mette sullo stesso piano cose che non sono sullo stesso piano. Il sillogismo aristotelico richiede che premessa maggiore, premessa minore e conclusione siano omogenee, altrimenti che discorso è? Ma invece factum, facti-species e faciendum non sono mai sullo stesso piano». [Tratto dalla registrazione audio in sala]

[47] Per una trattazione generale sulle caratteristiche del sillogismo giudiziale ed in particolare sul ruolo della logica nel ragionamento giudiziale canonico si veda E. Di Bernardo, Il sillogismo giudiziale. Prerogative e limiti di applicabilità nel processo canonico, in: Apollinaris, LXXVII (2004), 415-453.

[48] La letteratura ‘civilistica’ abbonda ormai di articoli e saggi che confutano puntualmente la validità ed efficacia del sillogismo giudiziale; se ne indicano alcuni solo esemplificativi: P. Calamandrei, Opere giuridiche, Napoli, 1965, 11-55; 664-678; Aa.Vv., I metodi della giustizia civile, Padova, 2000; A. Giuliani, La controversia: contributo alla logica giuridica, in Aa.Vv., Studi nelle Scienze giuridiche e sociali dell’Università di Pavia, Pavia, 1967, 99 e ss.; G. Orrù, La logica del ragionevole nel processo di convincimento del giudice, in Ius,1 (1988), 111-116; P. Pajardi, Giustizia e psicologia, in Jus, XXII (1995), 141-167; L. Gianformaggio, In difesa del sillogismo pratico ovvero alcuni argomenti Kelseniani alla prova, Milano, 1987; G. Capozzi, Filosofia, Scienza e "praxis" del Diritto, Napoli, 1992, 230: «mentre il sillogismo è un principio di deduzione […] la conseguenza giuridica, con le sue condizioni di possibilità, norma e fattispecie […], implica la guisa di un rapporto che è deontologico e axio-logico o tout-court e meglio praxeo-logico».

 

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