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Dall'INSTRUMENTUM LABORIS di preparazione alla 5° Giornata canonistica interdisciplinare (by P. GHERRI)

 

 

Componenti logiche dell’attività giuridica

 

Poiché, come detto, non è corretto parlare di una ‘Logica giuridica’ in sé, che contenga de suis tutto quanto necessario o specifico –o almeno utile– all’attività dei giuristi –né tanto meno prendere dai ragionamenti dei giuristi quella che secondo loro è ‘logica’, più o meno giuridica[1]–, occorre gettare uno sguardo almeno sommario proprio a questa attività per scorgerne le diverse componenti ed articolazioni. Sarà solo in seguito che diverrà possibile esplicitare quali tipologie e ‘specializzazioni funzionalilogico-giuridiche siano adatte alle differenti espressioni della complessa attività giuridica, laddove per ‘specializzazioni funzionali’ logico-giuridiche s’intendono raggruppamenti di ‘modelli’, ‘operazioni’ e ‘procedimenti’ –anche disomogenei dal punto di vista metodologico– idealmente associabili all’adempimento di una specifica attività tipica del mondo giuridico[2].

In questa prospettiva pare sostenibile come –data la natura ‘pratica’ del Diritto e del suo ‘esercizio’[3]– i campi fondamentali del ricorso alla Logica nel Diritto (le specializzazioni funzionali) coincidano concretamente con le specializzazioni dell’attività giuridica stessa: nomogenesi, governo/amministrazione, giurisdizione, dottrina.

Ciascuna di queste ‘specializzazioni’ dell’attività giuridica ricorrerà con prevalenza ad alcune specializzazioni funzionali logico-giuridiche, lasciandone in ombra –o anche escludendone– altre, sollecitando essenzialmente gli ambiti della Logica: 

[a] normativa,

[b] investigativa,

[c] argomentativa,

[d] decisionale,

[e] sistematica.

 

 

Di fatto il Legislatore, l’Amministratore pubblico, il Giudice, lo studioso, nella loro attività fanno larghissimo uso di strumenti logici, non tuttavia dei medesimi, né allo stesso modo o per lo stesso fine.

 

- La Logica normativa è il cardine dell’attività del Legislatore, chiamato a definire, correlare, sanzionare normativamente fattispecie ed Istituti nei quali, concretamente, si articola e dei quali si occupa la norma giuridica come tale. Si tratta di un’attività che, nonostante esprima un fortissimo carattere definitorio (formalizzazione), non può tuttavia prescindere dalla costitutiva connessione coi campi –almeno– dell’Etica, della Morale, della Politica (dell’Economia), dai quali trarre i propri contenuti sostanziali e le finalità da conseguire.

- L’applicazione delle norme giuridiche che compete al pubblico Amministratore fruisce più spesso degli apporti della Logica decisionale e di quella argomentativa, dato che il fine da conseguire è già specifico ed espresso (l’applicazione della Legge) e chiede soltanto di essere correttamente posto in luce e come tale fatto valere …meglio non per sola autorità o forza di costrizione …il cui impiego richiede spesso eccessivo dispendio di forze e risorse collettive.

- Venendo, poi, al campo giudiziario (quello maggioritario dell’attività giuridica più espressamente ‘tecnica’ –almeno in ambito canonico–), ciò che si chiede al Giudice è la capacità di ricostruire organicamente il quadro degli eventi a lui sottoposti perché ne deliberi le necessarie conseguenze sostanziali e legali, attraverso un’attività che si svolge per gradi volti a conseguire differenti risultati: [a] Logica investigativa nella fase istruttoria, [b] Logica decisionale in quella decisoria, [c] Logica argomentativa nella fase conclusiva di pubblicazione della motivazione del decisum. Non di meno, anche Patroni/Avvocati e Periti partecipano attivando specifiche attività logiche: [a] argomentativa, l’Avvocato che deve sostenere l’interesse di parte, [b] investigativa, il Perito chiamato a leggere e ‘classificare’ differenti tipologie di fatti.

- Anche lo studioso e teorico del Diritto utilizza più tipologie logiche a seconda delle diverse istanze di ricerca ed attività: dal controllo della corretta applicazione dei principi logici [a] normativi in sede nomogenetica, alla [b] Logica investigativa necessaria a ‘filtrare’ Giurisprudenza ed apparati normativi ed istituzionali, alla [c] Logica argomentativa per diffondere tali risultati attraverso editoria ed attività didattica.

 

 

4. Criteri e specializzazioni funzionali logico-giuridiche

 

Specializzazioni funzionali

La prospettiva delle specializzazioni funzionali logico-giuridiche già presentata appare maggiormente concreta e propositiva, più adatta a stimolare il giurista ad un procedere critico, consapevole e responsabile[4] che tocchi effettivamente la sua attività professionale e lo guidi –anche– a risultati di maggior efficacia tecnica, superando finalmente –perché no?– strettoie e scolia fino ad oggi irrisolti tanto dalla Giurisprudenza che dalla dottrina, soprattutto canoniche.

 

Alle specializzazioni funzionali logico-giuridiche si è già accennato: normativa, investigativa, argomentativa, decisionale, sistematica.

 

- Specializzazione normativa

Appartiene a questa specializzazione funzionale logico-giuridica l’operato dei diversi Legislatori e di tutti coloro che, più in generale, sono chiamati a dare o esprimere norme comportamentali di portata generale –tanto giuridica, che morale, che etica– inevitabilmente all’interno di precisi contesti spazio-temporali e per specifici gruppi umani[5]. In quest’ottica si è collocata gran parte della riflessione e letteratura logico-giuridica del XX sec. allo scopo di «stabilire una sintassi, di validità assoluta e necessaria, delle proposizioni normative», con una semplificazione non facilmente accettabile che presuppone «che il fenomeno giuridico si riduca al fenomeno normativo, ed in particolare legislativo»[6].

Prescindendo in questa sede dalle c.d. fonti ontologiche o funzionali delle norme (Diritto divino, Diritto naturale, autorità, ecc.)[7] e con buona pace di D. Hume ed I. Kant sull’origine del dover-essere, è necessario osservare come gli strumenti logici adottati ed appropriati per quest’attività siano –e debbano essere– del tutto specifici, dovendo rispondere ad alcuni presupposti strutturali.

 

a) Per quanto agere sequitur esse, tuttavia agere non est esse!

Come dire che, almeno per il Diritto[8], l’oggetto proprio d’interesse è sempre un agere o, almeno, un facere o un’astensione da essi; ciò pone le deduzioni ontologiche –la c.d. necessità ontica– al di fuori del dominio normativo giuridico. Siccome per un valido sillogismo formale premesse e conseguenze devono essere ‘omogenee’ (appartenere cioè allo stesso ‘ambito’ ontologico) da un semplice esse non si può dedurre formalmente uno specifico agere[9].

b) I dettati normativi giuridici sono generali, non universali.

Valgono, cioè, secondo S. Tommaso[10]ut in pluribus”: per la maggior parte dei soggetti, per coloro –soltanto– cioè che si trovano nelle condizioni specificate dalla norma …la necessità ontica, per contro, vale immancabilmente e strutturalmente per tutti gli enti che rispondano ad una data essenza. Di più: alle norme giuridiche spesso si è tenuti non per ‘essenza’ (status) ma semplicemente per circostanze o funzionalità che possono verificarsi per soggetti appartenenti a status assolutamente diversi; non per nulla il Diritto utilizza spesso la formula “–tutti– coloro che” (quis).

c) I dettati normativi giuridici sono generali, non individuali.

Di fatto l’attività normativa, individua e regolamenta non –singoli– soggetti ma ‘fattispecie’, considerando la realtà per ‘classi’ omogenee: le ‘species(facti)’, accomunate –ed individuate– dal nesso di equivalenza tra tutti i loro membri. Non diversamente accade per i c.d. Istituti giuridici in quanto individuazioni –più o meno– organiche di soggetti, atti, fatti, norme, trattati dal Diritto in una certa forma unitaria e tipologica. Tanto le fattispecie che gli Istituti giuridici, inoltre, non sono propriamente ‘enti’ e neppure ‘cose’, ma semplici concettualizzazioni teoretiche; ad essi non si possono applicare le stesse inferenze logiche utilizzate per soggetti e fatti.

d) Le norme giuridiche non dispongono della realtà concreta ma di futuribili.

Le norme giuridiche, anche se si tratta dei principi del Diritto dei sistemi di Common Law, non hanno per oggetto l’intera realtà, ma solo una certa quantità di fattispecie …solo potenzialmente verificantesi: futuribili, appunto[11].

e) Le norme giuridiche non sono mai isolateautonome.

Esse dipendono sempre da interi impianti assiologici dati a-priori, come avviene attraverso le Costituzioni; tale portata assiologica tuttavia, per quanto costitutiva, non è mai assiomatica poiché le norme nascono sempre dal basso: dall’agito o agibile umano; il dato assiologico ha funzione di ‘verifica’ della congruità della singola norma con l’intero sistema, partendo dai suoi fondamenti; sono pochissime, solitamente, le Leggi ‘dedotte’ direttamente da una Costituzione.

 

- Specializzazione investigativa

L’individuazione di una funzione investigativa specifica della Logica in ambito giuridico non appare –ancor oggi– scontata, tanto in conseguenza del meccanicismo leibniziano (“calculemus”) che della concezione puramente formale della verità processuale comunemente accolta in ambito civilistico. La forte componente morale sottesa all’Ordinamento canonico, tuttavia, non permette altro risultato che quello veritativo sostanziale, unico esito ammesso dell’attività giudiziale canonica …e deontologicamente auspicabile da parte di qualunque Magistratura.

Le stesse visioni ‘logiche’ che sanno di non potersi ridurre al solo studio della Logica normativa, tuttavia, trascurano spesso questa prospettiva, spostando la gran parte dell’attenzione al solo dibattito giudiziario[12].

 

a) Funzione euristica della Logica.

Si tratta di affidarle il delicato compito di verificare la correttezza delle inferenze, spesso induttive, o anche soltanto intuitive, che permettano di connettere in modo plausibile e verisimile i vari ‘dati’ emergenti dalle indagini ed istruttorie. Non possedendo che frammenti della realtà, intuizione, fantasia ed esperienza offrono spesso ausili maggiori a qualunque sillogistica teoretica.

b) Prevalenza dell’analisi sulla sintesi.

La logica della scoperta non ha –già– qualcosa da ‘dimostrare’ (la conclusione) all’interno di un ambito ormai definito (la premessa maggiore); il medio che va cercato nell’indagine non è quello tra ambito e risultato (una premessa minore), ma quello tra i diversi indizi, fatti e circostanze: una sorta di ‘Massimo Comun Divisore’ che connetta tra loro tutti gli elementi, permettendo di ‘scomporli’ nella loro portata causale fino a formulare una ipotesi da verificare nel rapporto con ciascuno degli elementi esaminati.

c) Assiomaticità funzionale.

Chi intenda capire ‘che cosa’ e ‘come’ sia successo in una determinata situazione divenuta oggetto di contesa non può utilizzare meccanismi logici deduttivi di stampo assiomatico e formale, poiché i fatti non sono della stessa qualità delle norme –rimanendone indeducibili–. Una volta, tuttavia, che si sia formulata una vera ipotesi causale tra fatti sarà possibile assumerla –funzionalmente e temporaneamente– come assioma (premessa maggiore) da cui dedurre possibili conseguenze (conclusione) a seconda delle diverse ‘variabili’ riscontrate durante l’indagine (premessa minore); la possibilità di ottenere poi –a ritroso– un flusso logico corretto conferirà robustezza all’ipotesi.

d) Singolarità ed irripetibilità dell’evento.

A differenza della portata generale della Logica normativa, la Logica investigativa ha sempre portata singolare: ogni elemento che entra in considerazione dell’indagine è ‘singolare’ e non senza fatica lo si potrà ricondurre a qualche ‘classe’ di elementi funzionalmente equivalenti; allo stesso modo l’evento contestato rimane sempre ‘unico’ ed ‘irripetibile’, resistendo –a suo modo– ad ogni affrettata standardizzazione. Solo la concreta messa a fuoco dell’ipotesi permetterà di beneficiare di un confronto per ‘classi’ (le fattispecie giuridiche) che offrirà il proprio efficace aiuto alla ricostruzione della verità dell’accaduto.

 

- Specializzazione argomentativa

Si tratta della funzione più generalmente (e lungamente) attribuita/riconosciuta alla Logica in ambito giuridico: ‘dimostrare’ agli altri le ‘proprie’ ragioni …convincerli che i ‘dati’ disponibili dopo l’indagine e l’istruttoria portano –più o meno– direttamente ad una versione dei fatti –e relativa ricostruzione della verità– favorevole alla propria posizione (Imputato, Avvocato, Parte, Patrono) o alla propria convinzione (Pubblico Ministero, Giudice) …e ciò attraverso il confronto, il dibattimento giudiziale. Se ne occuparono i Sofisti, Aristotele, Cicerone, Vico… e le schiere dei loro adepti e discepoli di scuola; ne nacquero Dialettica e Retorica …intorno all’unico ‘centro’ costituito dalla ‘prova’ la quale «ha prevalentemente appunto il carattere della probabilità e dell’opinabilità, non della verità indiscutibile»[13].

 

a) Bivalenza dell’argomentazione.

Il ruolo giocato dall’argomentazione all’interno dell’ambito giudiziario è almeno duplice: quello delle Parti (tra cui lo stesso Pubblico Ministero) di natura dibattimentale, e quello del Giudice; due funzioni e due prospettive metodologiche affatto differenti ed irriducibili, poiché un conto è cercare di ‘convincere’, un conto –ben diverso– è convincersi. Sembra palese che l’attività razionale (logica) richiesta ad una Parte per ‘provare’ la propria o altrui innocenza o colpevolezza, risulti del tutto differente da quella richiesta al Giudice (e o alla –eventuale– Corte dei Giurati) di conseguire una propria personale convinzione rispetto ai fatti …convinzione in base alla quale dovrà poi assumere una decisione circa l’identificazione giuridica dei fatti stessi e la loro conseguente valutazione.

b) Convincimento e persuasione.

L’assunzione di un punto di vista circa fatti e vicende di cui –in gran parte– non si è stati protagonisti presenta aspetti di complessità di tutta considerazione: è la differenza –spesso segnalata– tra persuasione e convinzione, di carattere razionale la seconda, anche emotivo e psicologico la prima …obiettivo della Retorica la prima, della Logica la seconda. In rapporto a chi dovrà assumere decisioni importanti –come il Giudice– la differenza non può essere sottovalutata, soprattutto a livello metodologico: le ragioni della Logica sono del tutto specifiche …non meno, tuttavia, di quelle del sentimento, della suggestione, della politica o dell’interesse.

c) Procedimento sillogistico.

Una volta giunti alla fase dibattimentale ci si trova in presenza di ‘convinzioni’ o comunque di ‘posizioni’ di parte chiare ed in qualche modo già conseguite. Si può –finalmente– applicare la sillogistica formale nella ricerca di un efficace medio –o di un’adeguata premessa maggiore– che permetta di guidare la conoscenza degli altri partecipanti ad accettare di buon grado la conclusione prestabilita. La presenza di fatti, circostanze e conclusione permette spesso di giocare tra le due ‘premesse’ in modo da formulare il ‘ragionamento’ maggiormente efficace alla propria finalità. Pur utilizzando un vero sillogismo formale (deduttivo) non si procede però in modo assiomatico ‘puro’, ma ipotetico-strumentale: si pone, cioè, la propria ‘conclusione’ (innocenza o colpevolezza) come ‘assioma’ temporaneamente costituente la premessa maggiore, si sceglie qualche atto, fatto o circostanza quale medio per correre ad una conclusione che scalzi una delle tesi della controparte.

d) Ragioni e verità.

È il dilemma che si pone, tipicamente, a chi deve decidere di fatti altrui: bastano ‘ragioni’ o serve la verità? Il gioco dei ruoli in sede argomentativa la fa spesso da padrone: è, infatti, del tutto normale che alle Parti non interessi altro che addurre e confermare ‘ragioni’ (le proprie!) il cui cumulo, a volte, finisce per proporsi come alternativo alla verità oggettiva dei fatti. Al di là della potenza ed efficacia della Retorica, ciò che conta nel Giudice è la lucida capacità di perseguire un ‘unico’ quadro davvero sintetico dell’intera vicenda …unico –possibilmente– quanto la realtà oggettiva dei fatti, al di là della tentazione di accettare che molte ‘ragioni’ disorganiche e disconnesse, ma specifiche e meticolosamente puntuali, possano comunque offrire un quadro ‘plausibile’ ritenuto sufficiente per sentenziare.

e) Motivazione della decisione.

Del tutto specifica è l’argomentazione con cui il Giudice deve esprimere e comunicare le ‘motivazioni’ della propria decisione: si tratta –idealmente– di una serie di sillogismi formali molto ‘stretti’ che, partendo dall’assunzione –unica– della decisione già presa (la conclusione), basandosi sulle fattispecie giuridiche previste dalla legislazione vigente (assunte come premessa maggiore) ricerca tra atti, fatti e circostanze una serie più ampia possibili di medi (premesse minori) che rendano indubitabile la correttezza della decisone assunta. Un carico di ‘dimostrazioni’ stringenti cui non sia possibile sottrarsi se non con altrettanto cipiglio individuando –solitamente– medi diversi per ‘spostare’ almeno parte dei supporti logici dalla conclusione assunta.

 

- Specializzazione decisionale

Si tratta dell’espressione ritenuta più stringente dal punto di vista tecnico dell’applicazione logica all’attività giuridica, facilmente indirizzata –riduttivamente– verso una sorta di ‘puro’ calcolo –il c.d. sillogismo probatorio/giudiziale– che permetta, sotto l’auspicio leibniziano, di ottenere con buona precisione il corretto risultato delle questioni sottoposte a giudizio …non senza sottovalutare, tuttavia, alcuni elementi specificamente logici di primaria importanza che continuano a mantenere l’attività decisionale giuridica nell’ambito della prudentia (problematicità) e non della Scientia (sistematicità), governata non tanto –a monte– da una ‘pura ragione’ ma –a valle– dalla ragionevolezza delle conclusioni raggiunte[14] …e da far assumere.

 

 

a) Insufficienza dell’assiomatizzazione.

A differenza della posizione argomentativa delle Parti –già in possesso della ‘loro’ conclusione– la posizione di chi deve decidere è priva del proprio terminus ad quem (a-priori) che permetta di ‘selezionare’ le giuste premesse attraverso cui articolare il percorso razionale. Di più: l’attività decisoria ha una fortissima componente ‘creativa’ poiché la conclusione dev’essere –ancora– creata …proprio attraverso quel processo razionale, che ha come principale referente la verità ricostruita dei fatti.

b) Assiomaticità delle fattispecie giuridiche.

Chi deve esercitare il giudizio dal punto di vista giuridico si trova ad operare all’interno di un sistema assiomatico –sostanzialmente– ‘chiuso’: limitato alle previsioni di Legge ed alle decisioni giurisprudenziali (Leges et Iura); è questo l’unico dominio d’azione ammesso. Ogni elemento emerso durante l’indagine e l’istruttoria dev’essere accuratamente ‘classificato’ secondo le differenti fattispecie previste (sussunzione) e –comunque– ad esse ricondotto e commisurato attraverso un procedimento logico fortemente induttivo in cui risulta decisiva la correttezza della ‘descrizione’ dei diversi elementi e la loro concettualizzazione giuridica. In assenza di ciò (detto: fumus boni Iuris) non si potrebbe neppure prendere in esame la causa, profilandosi infondatezza o temerarietà.

c) Dal già agito al già prescritto.

A differenza di quanto si verifica nella Logica normativa, che agisce su futuribili (nessuna effettività), la decisione giudiziaria agisce invece su ‘fatti passati’, commisurandoli alla vigente prescrizione giuridica per fissarne e quantificarne lo scarto effettivo. L’assiomatizzazione degli innumerevoli e generali dover-agire/astenersi lascia qui il posto all’unico e specifico ‘agito’ effettivamente che, per di più, rileva solo in quanto ‘difforme’ dalle previsioni (in campo ‘ordinario’[15]) oppure in quanto ad esse ‘conforme’ (in campo penale). Il legame tra ‘agito/effettuato’ e ‘prescritto’ non è gestibile in termini di omogeneità ontologica, precludendo così troppo facili deduzioni ed utilizzo di procedimenti formali.

d) Singolarità della decisione.

Ponendo sotto esame e decisione non la persona in quanto tale, ma solo un suo –pur sempre parziale– ‘agito’[16], i procedimenti logici su presupposto essenzialistico non risultano utilizzabili in sede decisoria poiché ciascun soggetto, soprattutto in questo genere di questioni, non è assimilabile a nessun altro: non è ‘membro’ di una ‘classe’ equi-funzionale cui ricondurlo per sottometterlo agli assiomi previsti dal sistema.

 

- Specializzazione sistematica

Quinta ed ultima specializzazione funzionale della Logica in campo giuridico è quella che si occupa della ‘sistematizzazione’ scientifica di un’esperienza così ampia e variegata; esperienza che, per quanto tendenzialmente tassativa (Leges, Iura, decisa, iudicata, ecc.), sembra resistere strenuamente a qualunque tentativo di sistematizzazione, soprattutto di stampo assiomatico[17], preferendo l’ordinamento al sistema. Le difficoltà di articolazione della c.d. Teoria generale del Diritto, soprattutto nelle sue versioni ‘pure’, ne danno prova evidente.

 

a) Categorialità del Diritto.

Non essendo il Diritto che un’astrazione rispetto all’esperienza antropologica universale del vivere giuridicamente, non è possibile attribuirgli alcuna forma ‘a-priori’ (in fieri) capace in qualche modo d’informare di sé tale vivere, né tanto meno capace di pretendere una sua ‘realizzazione’ nel vissuto umano (in facto esse)[18]. La ‘realtà’ del Diritto non è differente da quella della Medicina, della Chimica, della Fisica… che possono sorgere solo ex-post rispetto al consolidarsi e consapevolizzarsi dell’esperienza umana in ambiti –solo in seguito– individuati come ‘di competenza’.

b) Attività costante.

Poiché il Diritto non è qualcosa in sé, ma identifica sinteticamente –e simbolicamente– l’immenso ambito del vissuto giuridico umano, la sua consistenza ontologica non è mai stabile né definibile una volta per tutte; il suo essere “ordinamento osservato”[19] gli conferisce la dinamicità propria dell’agire sociale …quella stessa della cultura. L’altissima dinamica dell’attività giurisprudenziale, che genera ed elimina fattispecie ed Istituti giuridici in modo ben maggiore e più celere di qualunque Legislatore, ne fornisce in qualche modo il ‘ritmo’ che continua a dar ragione a Giavoleno: «parum est enim ut non subverti possit»[20], impedendo qualunque ‘fissazione’ e ‘fissità’ anche degli stessi concetti più basilari.

c) Precarietà del Diritto.

Il Diritto in quanto risultanza (esito) di specifici vissuti sociali dipendenti da contesti spazio-temporali e relazionali anche molto differenti, nonostante le sue aspirazioni (ed a volte pretese) di stabilità attraverso il secoli e di portata ‘universale’, come voleva il razionalismo rinascimentale ed illuministico, si trova spesso in balia di repentini mutamenti –soprattutto normativi– che ne stravolgono anche in modo radicale gli equilibri interni; basti pensare agli Istituti giuridici basati sull’idea di famiglia naturale e quelli derivanti, invece, dall’idea di famiglia funzionale[21]. Ciò non meno delle disomogeneità progressivamente introdotte negli Ordinamenti giuridici dalle contrapposte alternanze politiche parlamentari[22], o da strumenti quali i referendum abrogativi.

d) Sistema aperto.

Caduti gli ultimi retaggi idealisti che hanno adombrato ancora la prima metà del secolo scorso, è ormai chiaro per tutti come non possa esistere un ‘sistema’ giuridico nel senso ‘puro’ del termine: totalmente assiomatico e meccanicamente deduttivo, assolutamente conchiuso in se stesso e perfettamente implementabile in modo endogeno. Il miraggio è svanito anche per la stessa Logica dopo le ‘antinomie’ di Russell ed i Teoremi di incompletezza di Gödel e Tarski… La prospettiva giuridica potrà rimanere ‘ordinamentale’ ma dovrà essere trattata come sistemica e non sistematica, dovendo continuamente (ri)‘definirsi’ sulla base di quanto effettivamente in-corso a livello socio-politico-economico e non su dati ormai storicizzati pretesamente permanenti, quand’anche di altissimo ed incontestato valore etico.

 

Ciò detto sommariamente delle specializzazioni funzionali logico-giuridiche, risulta di tutta evidenza non solo la difficile sostenibilità della nozione stessa di ‘Logica giuridica’, ma ancora maggiormente la necessità di procedere ben più in profondità nelle strutture stesse della Logica per cogliere quali ed in che modo possano essere di autentico giovamento all’attività giuridica.

 

È per questo che, preso atto di quanto l’attività giuridica tragga dall’utilizzo della Logica, diventa importante, non di meno, rendersi conto di che cosa concretamente la Logica possa offrire oggi ad un’attività giuridica metodologicamente avvertita.

 

 


[1] Con annesse rampogne di chi (N. Bobbio) contesta loro equivocità ed ambiguità, abuso e mal-uso «adoperandola in sensi diversi (senza dichiararlo) e con scarso rigore». T. Mazzarese, Logica, 130.

[2] Per quanto la formula “specializzazione funzionale” richiami senza dubbio l’insegnamento metodologico di B. Lonergan, qui il suo utilizzo è differente, non presupponendo l’intrinseca connessione dell’una all’altra e la loro gerarchia attuativa (cfr. B. Lonergan, Metodo in Teologia, Roma, 2001, 159), ma volendo semplicemente indicare specifici ambiti di differente fruizione di Teorie, tecniche, metodi, delle Discipline logiche in differenti aree dell’unica attività giuridica.

[3] Lungi da concezioni positiviste, normativiste, trascendentali, del Diritto (‘puro’) per accogliere e ‘custodire’ l’aspetto espressamente fattuale della giuridicità nel suo coestendersi alla vita sociale dell’umanità: Diritto come simmetria relazionale (S. Cotta, F. D’Agostino), Diritto come ordinamento osservato (P. Grossi), ecc.

[4] Si vedano i ‘precetti trascendentali’ secondo Lonergan: attenzione, intelligenza, ragionevolezza, responsabilità (cfr. B. Lonergan, Il metodo, 45.

[5] Poiché così è il Diritto: un categoriale, prodotto dall’azione umana (cfr. P. Gherri [ed.], Categorialità, 216).

[6] G. Fassò, Storia, 415.

[7] Si veda in merito –criticamente– quanto emerso nella “Terza Giornata Canonistica Interdisciplinare”: «a) il carattere ‘olistico’ di norme e regole, necessarie ma spesso indefinibili a priori, b) la difficoltà ad individuare/integrare uno specifico ruolo dell’autorità e delle sue funzioni nella loro ‘essenza’, c) la difficoltà ad individuare uno specifico ruolo della volontà quale elemento qualificante le norme e le regole, d) la difficoltà –almeno di fatto– a compiere il salto tra norma/regola e Legge, e) l’ulteriore problematicità ad individuare la connessione di base tra queste realtà ed il Diritto,». P. Gherri (ed.), Norme e regole nella vita e nel Diritto, Città del Vaticano, 2009, 169-170.

[8] Certamente in ben altro modo per l’Etica e la Morale.

[9] La posizione qui espressa è assolutamente diversa dalla ‘fallacia naturalistica’ di Hume poiché qui si pone in discussione non la ‘derivabilità’ dell’agere dall’esse ma il farlo per deduzione formale: «per il fatto che factum, facti-species e faciendum non sono mai sullo stesso piano –in rapporto all’essere– l’adozione di questo strumento logico risulta non solo del tutto inadeguata ma, molto più radicalmente, “assurda” (A. Livi)». Bilancio canonistico, in P. Gherri [ed.], Categorialità, 215).

[10] Cfr. S. Thomas, Summa Theologiæ,

[11] Cfr. T.I. Jiménez Urresti, De la Teología, 164.

[12] Cfr. G. Fassò, Storia, 415, che ignora questo aspetto.

[13] G. Fassò, Storia, 415.

[14] Cfr. G. Fassò, Storia, 415; 417.

[15] Quello, generalissimo, delle c.d. Leggi ordinarie o comunque quello che normalmente viene ricondotto sia al Diritto amministrativo che a quello privato; distinzione valida anche canonicamente per tutte le materie giuridiche diverse dalla penale.

[16] È importante che si tratti del passato, poiché sul presente e futuro si potrebbe ancora –sperare di– agire riferendosi a ‘modelli assiomatici’: il passato è già finito e non risponde a nessun ‘modello assiomatico’.

[17] Cfr. G. Fassò, Storia, 417-418.

[18] «Il Diritto […] non si proietta dall’esterno, magari dall’alto, sulla storia usandole violenza o, comunque, imprigionandola, ma è esso stesso storia, storia vivente, sua dimensione imprescindibile. […] Il Diritto non è un’invenzione dei palazzi del potere, ma appartiene al livello basso ma vitale della esperienza quotidiana». P. Grossi, Storicità del Diritto, in P. Gherri (ed.), Categorialità, 109. 

[19] Cfr. P. Grossi, Prima lezione di Diritto, Bari-Roma, 5° ed., 2005, 19.

[20] Javolenus, Epistolarium, 11, in: D. 50, 17, 202.

[21] Non di meno sono rapidi i mutamenti nei regimi di Common Law dove la scelta del precedente di riferimento è molto più ampia di quanto possa realizzare un legislatore, soprattutto parlamentare.

[22] «Comunque –conclude Di Giovan Paolo– non c’è da preoccuparsi: anche Berlusconi passerá e noi cancelleremo tutte le Leggi fatte dalla destra». in Il sole 24ore, 16 agosto, 2009, ___. 

 

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